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Sacchetti disidratanti plastic free per il farmaceutico: la carta certificata FSC nel packaging Primario

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Il Micro Bag Plastic Free è la versione del sacchetto disidratante Levosil realizzata con un involucro di carta al posto del non tessuto in Tyvek® o similari, pensata per ridurre la componente plastica del packaging senza intaccare i requisiti necessari per l’applicazione farmaceutica o nutraceutica: assorbe l’umidità in eccesso presente nell’aria e la trattiene, senza alterare le proprietà organolettiche del farmaco né i principi attivi. I Micro Bag restano quindi un presidio contro l’umidità sia nel flacone sia nella scatola di confezionamento secondario.

Una carta di grado alimentare, adatta al contatto diretto

La differenza rispetto a un generico sacchetto in carta riciclata è nella tipologia di materiale: la carta usata da Levosil è di grado alimentare, quindi idonea al contatto diretto con il farmaco. Il Micro Bag Plastic Free può perciò essere impiegato sia come primary packaging, insieme a compresse, capsule o dispositivi medici in flacone, sia come secondary packaging, nella scatola o nel blister esterno.

L’involucro in carta garantisce un livello di tenuta alla polvere e permeabilità analogo al Tyvek®.

Che cos’è la catena di custodia FSC

Il marchio FSC® che compare sulla confezione non certifica il sacchetto in sé, ma la filiera con cui è arrivato a quella carta. La certificazione di Catena di Custodia (Chain of Custody) di FSC garantisce la tracciabilità del materiale legnoso o cartaceo lungo tutto il percorso produttivo, dalla foresta gestita secondo standard ambientali, sociali ed economici definiti (o da fonte controllata e da materiale riciclato) fino al prodotto finito. Ogni azienda della filiera che possiede, trasforma, imballa o etichetta il materiale certificato deve avere una propria certificazione indipendente, verificata da un ente accreditato: se anche un solo passaggio non è certificato, la catena si interrompe e il prodotto finale non può portare il marchio FSC®. Levosil è certificata Catena di Custodia FSC® dal 2018 (certificato CQ-COC 000426) proprio sulla carta usata come involucro di questi sacchetti disidratanti.

Involucro compostabile, non solo senza plastica

“Plastic free” descrive l’assenza di plastica di origine fossile nell’involucro; la compostabilità è un’altra caratteristica, che riguarda il fine vita del materiale. Il rivestimento della carta utilizzata da Levosil è conforme alla norma UNI EN 13432 sulla compostabilità industriale degli imballaggi. Il risultato è un sacchetto disidratante 100% dust free (l’involucro trattiene completamente la polvere che il disidratante potrebbe rilasciare) e interamente compostabile, prodotto in Italia.

Stesse prestazioni del Micro Bag standard

Cambia l’involucro, non il contenuto: il Micro Bag Plastic Free è disponibile con gli stessi disidratanti della linea Micro Bag, scelti in base all’applicazione. Il gel di silice resta il più utilizzato in ambito farmaceutico; i setacci molecolari si usano quando serve un’azione disidratante più rapida e intensa; l’argilla è la scelta di chi, in ambito nutraceutico, preferisce un disidratante di origine naturale. Come per il resto della linea Micro Bag, le aree di produzione e i prodotti finiti sono sottoposti a test microbiologici annuali, che ne verificano la purezza e escludono l’introduzione di spore di muffe nella confezione.

Punti salienti

  • Il Micro Bag Plastic Free sostituisce il Tyvek® con un involucro di carta alimentare, adatto al primary packaging farmaceutico.
  • La certificazione FSC® Catena di Custodia riguarda la carta e l’intera filiera che la lavora, non il singolo sacchetto: Levosil la detiene dal 2018 (CQ-COC 000426).
  • L’involucro è compostabile secondo la norma UNI EN 13432, oltre che privo di plastica fossile.
  • Stessa gamma di disidratanti (gel di silice, setacci molecolari, argilla) e stesse prestazioni del Micro Bag standard.

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Disidratanti per semi: ogni punto di umidità raddoppia shelf life

⏱ Tempo di lettura: 7 minuti

I sacchetti disidratanti (comunemente chiamati anche sali disidratanti, sali antimuffa o sali essiccanti) servono a mantenere il seme nell’intervallo di umidità in cui resta vitale più a lungo in modo da stabilizzarne il contenuto d’acqua e mantenerlo in condizioni di conservazione ottimali. I disidratanti per semi trovano applicazione sia per un lotto di sementi destinato alla semina in campo, sia per le bustine che un orticoltore conserva da un anno all’altro.

Ogni punto di umidità in meno raddoppia la vita del seme

Le regole empiriche formulate da Harrington (James F. Harrington 1916-2002 professore emerito di orticoltura all’Università della California a Davis) e riprese dalla FAO nel manuale sulla conservazione delle sementi sono due e sono ben precisate:

  • nell’intervallo fra il 4% e il 14% di umidità del seme, la longevità raddoppia per ogni punto percentuale di umidità in meno. Un lotto la cui germinabilità è un anno se conservato al 12% di UR, quando viene portato all’11% la mantiene per due anni, al 10% per quattro e al 9% per otto: quattro punti di umidità in meno valgono sedici volte la durata.
  • fra 0 e 50 °C, la longevità raddoppia ogni 5 °C di temperatura in meno.

Le soglie operative sono altrettanto nette. Sopra il 12-14% di umidità si sviluppano le muffe. Sopra il 18-20% il lotto comincia a scaldarsi da solo per effetto della respirazione. Sotto l’8-9% l’attività degli insetti si riduce drasticamente. Fra il 4% e l’8% la conservazione in contenitore chiuso è considerata sicura.

Il dosaggio giusto, fa la differenza

Qui sta il punto che viene quasi sempre ignorato.

Più secco non è indefinitamente meglio. La regola di Harrington vale entro un intervallo preciso e sotto il 4% non ci sono benefici documentati. Gli standard FAO per le banche del germoplasma prevedono l’essiccazione dei semi ortodossi (ovvero quelli che tollerano l’essiccazione spinta e il freddo senza perdere la capacità di germinare) fino all’equilibrio con un ambiente al 10-25% di umidità relativa, non oltre. Un disidratante sovradimensionato in un imballaggio piccolo e a tenuta porta il seme sotto la soglia dove la vitalità non migliora più e in alcune specie peggiora.

Il quantitativo di disidratante va calcolato in funzione del volume dell’imballaggio, della permeabilità al vapore acqueo del materiale, dell’umidità di partenza del lotto, del tempo di conservazione previsto e della capacità di adsorbimento del disidratante impiegato. La stessa logica che governa il dimensionamento secondo la DIN 55474 applicata all’imballaggio industriale, con un vincolo in più: il seme è un organismo vivo, e il target non è il minimo assoluto ma una finestra ben precisa, tra il 4 e il 14% UR.

Levosil esegue questo calcolo per il cliente, sulla base delle caratteristiche dell’imballaggio e delle condizioni di conservazione dichiarate.

L’imballaggio a tenuta di umidità

Un disidratante lavora sull’aria che lo circonda. Se l’imballaggio lascia passare il vapore acqueo, il sacchetto si mette in equilibrio con l’ambiente e si satura vanificando presto la sua funzione.

Per questo la scelta dell’imballaggio viene prima della scelta del disidratante. Buste di carta, sacchetti in polietilene sottile e barattoli con coperchio non a tenuta non trattengono l’umidità: rallentano lo scambio, non lo impediscono. La FAO indica per la conservazione a lungo termine contenitori metallici sigillati, vetro spesso o buste laminate con strato di alluminio, capaci di mantenere il tenore di umidità per decenni.

Un imballaggio a tenuta di umidità con l’aggiunta del disidratante corretto è un sistema. Ciascuno dei due, da solo, non lo è. Sulla durata utile del sacchetto in funzione della permeabilità dell’imballaggio abbiamo pubblicato un approfondimento dedicato.

Sementi professionali, magazzino e lotti

Per un’azienda sementiera il problema non è la conservazione in sé: è mantenere costante la germinabilità dichiarata dal confezionamento fino alla semina anche dopo la conservazione in ambienti non climatizzati o il trasporto (magari via mare).

I disidratanti Levosil sono disponibili in tutte le grammature in modo da adattarsi ad ogni tipologia di imballaggio.

Semi da orto e conservazione domestica

L’errore più diffuso fra gli hobbisti è il barattolo in frigorifero.

L’idea è corretta (il freddo raddoppia la longevità ogni 5 °C), ma bisogna tenere sotto controllo anche l’umidità. A ogni apertura il contenitore freddo incontra l’aria calda e umida della cucina, e l’acqua condensa proprio sui semi mettendo in pericolo la conservazione dei semi.

La condensa si evita con un imballaggio adatto e un Micro Bag all’interno: il disidratante assorbe l’umidità che entra a ogni apertura prima che raggiunga il punto di rugiada sul seme. Il formato Micro Bag è quello giusto per questa applicazione perché si adatta anche a bustine e barattoli di piccolo volume, dove un sacchetto tradizionale non troverebbe posto.

Perché per i semi usiamo i Micro Bag

I Micro Bag sono i disidratanti che Levosil produce per il contatto diretto con alimenti e prodotti farmaceutici. Questo ha una conseguenza che nel settore sementiero risulta estremamente interessante: non sono un veicolo di contaminazione.

  • Sono prodotti in regime ISO 15378, lo standard di qualità per il packaging primario farmaceutico.
  • Le aree di produzione e i prodotti finiti sono sottoposti a test microbiologici annuali che ne verificano la purezza.
  • Non introducono spore di muffe nel contenitore.

Il disidratante sottrae l’umidità in eccesso dall’aria e trattiene il vapore acqueo al proprio interno. Non rilascia nulla, non altera le proprietà organolettiche e non interviene chimicamente sul seme; quindi anche da un punto di vista della semina biologica si tratta di un prodotto idoneo.

Container marittimi e Levodry Gel

Nelle spedizioni via mare il problema cambia natura.

Un container attraversa fasce climatiche diverse. L’aria interna si raffredda, l’umidità relativa sale, e raggiunge il punto di rugiada (si condensa): condizioni in cui si verifica la cosiddetta “pioggia da container”. Secondo il Transport Information Service degli assicuratori tedeschi, le muffe si sviluppano a partire dal 75% di umidità relativa e la corrosione sotto il 40% è trascurabile: dunque dovremo contenere l’umidità relativa al di sotto del 40% per eliminare i danni causati dall’eccessiva umidità durante il trasporto.

Le quantità in gioco sono un ordine di grandezza diverso da quello dell’imballaggio. Lo stesso servizio calcola che un container da 20 piedi con 24 tonnellate di cacao al 12% di umidità contenga 2.880 kg d’acqua. Uno studio pubblicato nel 2026 su Heat and Mass Transfer modella un viaggio invernale Abidjan-Amburgo di quattordici giorni e prevede 15,4 kg di condensa, l’85,8% dei quali nell’ultima settimana, con formazione di condensa anche a un’umidità della merce del 6% (cioè entro i limiti microbiologici di sicurezza).

Il Levodry Gel non asciuga il carico: governa l’umidità dell’aria. È un disidratante a base di cloruro di calcio, che trattiene l’acqua in forma di gel senza rilasciarla. Il formato a striscia con gancio permette di appenderlo agli anelli interni del container o di alloggiarlo nelle corrugazioni delle pareti. Il quantitativo di Levodry Gel per container si calcola in base alla durata del viaggio, alle rotte, alla stagione e all’igroscopicità del carico. Per le sementi, che sono merce viva e igroscopica, il dimensionamento va fatto sul caso specifico. Le buone pratiche di stivaggio delle unità di carico sono quelle del CTU Code, di cui abbiamo trattato in una news dedicata.

Punti salienti

  • Nell’intervallo 4-14%, ogni punto di umidità in meno raddoppia la longevità del seme; ogni 5 °C di temperatura in meno fa lo stesso.
  • Più secco non è sempre meglio: sotto il 4% non ci sono benefici documentati, e il quantitativo di disidratante va calcolato, non massimizzato.
  • Il disidratante funziona solo dentro un imballaggio a tenuta di umidità.
  • Per i semi da orto, il barattolo in frigorifero senza disidratante produce condensa a ogni apertura.
  • I Micro Bag sono prodotti in ISO 15378 per il contatto diretto con alimenti, con test microbiologici annuali su aree di produzione e prodotti: non introducono spore di muffe.
  • Sulle spedizioni via mare il Levodry Gel governa l’umidità dell’aria proteggendo i carichi sensibili all’umidità.
  • Levosil calcola il quantitativo di disidratante per l’imballaggio e il numero di unità per container: inviateci volume, materiale, umidità di partenza e durata prevista.

Contattateci: +39 011 96 43 430 — info@levosil.com


Quanto dura il sacchetto disidratante?

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Quanto tempo dura un sacchetto disidratante?

Un sacchetto disidratante (comunemente “sale disidratante” o “sale antimuffa”) si considera “scaduto” quando ha adsorbito tutta l’umidità che poteva immagazzinare: a quel punto smette di funzionare.

La velocità con cui si satura non dipende da un decadimento chimico del materiale, ma da quanta umidità incontra.

In un imballaggio ben sigillato, con poca umidità in ingresso, lo stesso sacchetto può proteggere per mesi. In un imballaggio permeabile, o pieno di materiali umidi, può esaurirsi in pochi giorni.

Il disidratante non scade. Si satura.

I disidratanti non si degradano chimicamente con il tempo: adsorbono vapore acqueo fino a raggiungere la loro capacità massima, poi si fermano.

La domanda corretta quindi non è “quanto dura il disidratante”, ma “quanta umidità troverà il disidratante, e in quanto tempo?”.

L’imballaggio decide la durata

Il sacchetto disidratante lavora sempre in coppia con l’imballaggio. Il suo compito è rimuovere l’umidità contenuta all’interno dell’imballaggio e captare quella che vi penetra dall’esterno nel tempo.

Se il materiale barriera che racchiude il sacchetto disidratante e i materiali da proteggere lascia passare grandi quantitativi di umidità, il sacchetto si saturerà in fretta.

Il parametro chiave è la permeabilità al vapore acqueo del materiale di imballaggio (indicata nelle schede tecniche come WDD o WVTR, in g/m² al giorno): più la barriera è permeabile, più umidità entra ogni giorno, prima il disidratante si satura.

Per questo è importante utilizzare sempre materiali barriera di qualità, adatti allo scopo e alla durata di protezione che si vuole raggiungere.

L’umidità nascosta dentro l’imballaggio

C’è poi l’umidità che l’imballaggio già contiene in partenza. Legno dei pallet, cartone, riempitivi di carta: sono tutti materiali igroscopici che contengono acqua e la rilasciano lentamente nell’aria interna della confezione.

Spesso ci si focalizza sul volume di un imballaggio concentrandosi solo sul quantitativo di umidità contenuto nell’aria. Questo quantitativo, in realtà, è importante ma non è il grosso dell’umidità che troviamo in un imballaggio. Il più delle volte la maggior parte dell’umidità è quella che viene rilasciata dai materiali igroscopici.

Non inserite mai materiali umidi nell’imballaggio. Ogni grammo d’acqua contenuto nel legno o nel cartone è un grammo che il disidratante dovrà adsorbire: capacità sprecata in partenza.

Quanto dura, in numeri: il calcolo secondo DIN 55474

La stima della quantità di disidratante necessaria — e quindi della durata della protezione — non si fa a occhio: la norma DIN 55474 fornisce la formula di calcolo.

La formula è:

n = ( V · b + m · c + WDD · A · e · t ) / a

Dove:

  • n — numero di unità disidratanti DIN (DU) necessarie
  • V — volume interno dell’imballaggio (m³)
  • b — umidità contenuta nell’aria interna alla chiusura (g/m³)
  • m — massa dei materiali igroscopici presenti nell’imballaggio: legno, cartone, riempitivi (kg)
  • c — contenuto di umidità di questi materiali (g/kg)
  • A — superficie dell’imballaggio barriera (m²)
  • WDD — permeabilità al vapore acqueo del materiale barriera (g/m² · giorno)
  • e — fattore correttivo climatico definito dalla norma
  • t — durata di protezione richiesta (giorni)
  • a — capacità di adsorbimento di una unità disidratante DIN

Il risultato è il numero di unità disidratanti DIN da inserire nell’imballaggio per garantire la protezione per tutto il tempo t. La formula funziona solo se avete tutti i dati: senza uno di questi parametri, il calcolo non è affidabile.

Bisogna accettare il fatto che gli imballaggi industriali hanno sempre una permeabilità al vapore acqueo, che può essere più alta o più bassa. Se si applica correttamente il quantitativo risultante dal calcolo DIN, si ha la garanzia che l’imballaggio sarà preservato per la durata desiderata.

Sul sito Levosil è disponibile un calcolatore automatico che applica direttamente la formula DIN 55474: https://levosil.com/en/din-55474-standard/. Se ci vorrete contattare, il calcolo lo faremo noi.

La DIN 55474 si applica ai disidratanti all’interno degli imballaggi. Per il dimensionamento dei disidratanti da container per il trasporto marittimo il riferimento è il CTU Code o la scheda tecnica del produttore: ne abbiamo parlato in un approfondimento dedicato.

In pratica

  • Il disidratante non scade: si satura in funzione dell’umidità che incontra.
  • La durata la decide l’imballaggio: serve una barriera che isoli merce e sacchetto dall’ambiente esterno.
  • Controllate la permeabilità al vapore acqueo (WDD) del materiale barriera: è il dato che influenza quanta umidità entra ogni giorno. Una bassa barriera all’umidità richiederà un maggiore numero di sacchetti disidratanti; una barriera molto alta (come il Triplex in alluminio) richiederà un quantitativo inferiore.
  • Niente materiali umidi dentro la confezione: legno e cartone bagnati consumano il disidratante prima del tempo.
  • Per calcolare quantità e durata usate la DIN 55474, con tutti i dati richiesti: senza quelli, ogni stima è una scommessa.
  • Il calcolatore Levosil è disponibile all’indirizzo https://levosil.com/en/din-55474-standard/, oppure ci potete chiamare e provvediamo noi.

Perché le norme di settore sono fondamentali per clienti?

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Come si determina la capacità di adsorbimento di un disidratante?

La capacità di adsorbimento di un disidratante si determina in laboratorio, esponendo il materiale ad aria con temperatura e umidità relativa controllate e misurando quanta acqua trattiene fino all’equilibrio. Il risultato dipende sempre dalle condizioni di prova: lo stesso prodotto assorbe quantità molto diverse di umidità a seconda del clima a cui è esposto. Per questo le norme DIN 55473 e MIL-D-3464E fissano condizioni di prova standard, che permettono di confrontare i sacchetti disidratanti (amichevolmente chiamati anche “sali disidratanti”, “sali essiccanti” o “sali antimuffa”) su una base unica e uguale per tutti i produttori.

Perché le norme di settore sono importanti per i clienti?

I sacchetti disidratanti che si usano negli imballaggi (nelle scatole, per intenderci) vengono prodotti utilizzando generalmente tre disidratanti:

  • Gel di silice: disidratante di sintesi, il più utilizzato nelle applicazioni farmaceutiche e alimentari.
  • Argilla attivata (definita a volte anche “argilla espansa”, ma non c’entra niente): disidratante naturale, adatto alla maggior parte delle applicazioni industriali.
  • Setacci molecolari: zeoliti con porosità calibrata, per applicazioni che richiedono un adsorbimento selettivo solo sull’umidità o la capacità di rimuovere l’umidità anche ad alte temperature (anche a questo prodotto sarà bene dedicare un documento di approfondimento, perché è poco diffuso e poco conosciuto).

Come vedremo, la capacità di tutti i disidratanti varia in funzione delle condizioni di temperatura e umidità relativa in cui vengono utilizzati ed è per questo che negli anni sono state create normative tecniche per regolarne l’uso, la produzione e le modalità di test. Le normative emesse negli anni sono un utile strumento per il cliente, in quanto gli permettono, in un panorama in cui le dichiarazioni mirabolanti sulle proprietà dei disidratanti sono la norma, di capire esattamente come valutare i vari prodotti.

La norma più attiva ad oggi è la DIN 55473.

La capacità dipende dalle condizioni di prova

Un disidratante non ha una capacità di assorbimento “assoluta”. La quantità di acqua che riesce a trattenere all’equilibrio dipende da due variabili: la temperatura e l’umidità relativa dell’aria a cui è esposto. 

In realtà interviene anche la pressione atmosferica, ma nelle condizioni normali di utilizzo il suo effetto è trascurabile.

Più alta è l’umidità relativa, più acqua il materiale adsorbe. La temperatura agisce in due direzioni: fa aumentare la capacità del disidratante ma, man mano che ci si avvicina alla temperatura di rigenerazione del materiale, inizia a far rilasciare l’umidità nell’ambiente e dunque ne diminuisce la capacità, fino ad annullarla totalmente.

Esempio: 100 g di gel di silice in due climi diversi

  • A 23 °C e 40% di umidità relativa, 100 g di gel di silice adsorbono circa 24 g di vapore acqueo (valore tipico).
  • A 23 °C e 80% di umidità relativa, gli stessi 100 g adsorbono circa 35 g (valore tipico).

Stesso prodotto, stessa quantità: Un dato di capacità senza indicazione di temperatura e umidità relativa, preso da solo, non ha alcun significato.

Nella pratica, se un produttore vi dice che il suo disidratante “assorbe di più” perché raggiunge valori più elevati, è molto probabile che il test sia stato eseguito a un’umidità relativa più alta.

In altre parole: il numero è corretto.
Ma il contesto cambia completamente il suo significato.

La norma è una garanzia per il cliente

Le norme fissano esattamente le condizioni di prova, in modo che i prodotti possano essere confrontati su una base unica.

La DIN 55473, ad esempio, definisce l’unità disidratante (DIN Unit) come la quantità di materiale che, in equilibrio con aria a circa 23 °C, adsorbe:

  • almeno 3,0 g di vapore acqueo al 20% di umidità relativa
  • almeno 6,0 g al 40%

Due sacchetti dichiarati “da 1 unità” secondo questa norma garantiscono quindi una prestazione minima identica, indipendentemente dal produttore o dal materiale disidratante.

La norma DIN stabilisce anche le modalità in cui i sacchetti disidratanti vanno imballati: altro argomento che tratteremo separatamente per approfondirlo come si deve. Iniziamo però a dire che Levosil consegna i suoi prodotti imballati in HDPE per evitare che si saturino parzialmente prima dell’uso, cosa che ne farebbe diminuire la capacità disidratante. Spesso ci si concentra sui numeri della performance, ma si trascura di considerare come mantenere questa performance nel tempo.Levosil sui suoi prodotti garantisce una shelf life di due anni.

Perché si testa a 23 °C e 40% di umidità relativa

Le condizioni di prova a bassa umidità relativa non sono una scelta arbitraria: misurano l’acqua realmente trattenuta.

L’umidità adsorbita al 20-40% di umidità relativa è legata stabilmente nella porosità più fine del granulo e non viene rilasciata nell’imballaggio. Al contrario, l’acqua assorbita in un test all’80% di umidità relativa è in parte trattenuta debolmente, per condensazione capillare nei pori più grandi: se l’umidità relativa dell’ambiente si abbassa, quella quota extra viene facilmente rilasciata.

Un valore misurato all’80% di umidità relativa è quindi un dato bello da vedere, ma non rappresenta la protezione reale che il disidratante offre dentro l’imballaggio. Prima di confrontare due schede tecniche, verificate sempre che le condizioni di prova siano dichiarate e identiche.

Vale anche la pena ricordare che, se l’umidità relativa all’interno di un imballaggio arriva all’80%, il problema non è più la differenza tra 24 g e 35 g di capacità.
A quel punto, il problema è l’imballaggio.

In pratica: attenzione ai numeri

Un valore misurato ad alta umidità relativa è:

  • tecnicamente corretto
  • ma poco rappresentativo dell’utilizzo reale

È un dato che colpisce.

Ma non descrive la protezione effettiva che il disidratante può garantire all’interno dell’imballaggio.

Prima di confrontare due schede tecniche, è sempre necessario verificare che le condizioni di prova siano dichiarate e identiche.

E i disidratanti per container al cloruro di calcio?

Lo stesso principio vale per i sacchetti disidratanti al cloruro di calcio utilizzati all’interno dei container per il trasporto marittimo. Anche in questo caso circolano sul web dichiarazioni fantasiose ed ottimistiche, che vanno analizzate per essere comprese appieno. Da notare che il proliferare di produttori “ottimisti” sulla performance del loro prodotto è stato ampiamente incentivato dalla mancanza di una norma di settore per questi materiali.

Dedicheremo a questo tema una documentazione specifica.


Se volete capirci qualcosa: 0039 011 96 43 430 — info@levosil.com

Dimetil Fumarato (DMF)

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I sacchetti disidratanti Levosil non contengono Dimetilfumarato (DMF)

In breve: tutti i disidratanti prodotti da Levosil S.p.A. (sacchetti di gel di silice, argilla, setacci molecolari, carbone attivo, Levodry Gel a base di cloruro di calcio, Micro Bag e sacchetti per container) sono esenti da Dimetilfumarato (DMF) e da qualunque biocida. L’assenza è verificata mediante analisi di laboratorio secondo la Decisione Europea C(2009) 1723 del 17/03/2009.


Cos’è il Dimetilfumarato (DMF)

Il Dimetilfumarato è l’estere metilico dell’acido fumarico (CAS 624-49-7, EINECS 210-849-0). È stato utilizzato come biocida antimuffa nella produzione, stoccaggio e trasporto di mobili, calzature e pelletteria, tipicamente sotto forma di piccoli sacchetti permeabili inseriti dentro il prodotto o nell’imballo.

Il DMF è un sensibilizzante cutaneo molto potente: concentrazioni anche dell’ordine di 1 ppm possono provocare dermatiti allergiche, eczemi estesi, ustioni chimiche e, in alcuni casi, difficoltà respiratorie.


Perché il DMF è vietato in Europa

Tra il 2006 e il 2008 si è verificata in Europa (prima Finlandia, poi Regno Unito, Francia, Spagna, Belgio) un’epidemia di dermatiti gravi causate da divani e scarpe di importazione — il cosiddetto caso “poison chair” / “toxic sofa”. Le analisi individuarono come responsabile il Dimetilfumarato contenuto in sacchetti antimuffa inseriti nei mobili e negli imballi durante il trasporto marittimo dall’Asia. Il problema è che in questa fase si sono confusi e sacchetti di disidratanti (sali disidratanti) con sacchetti che contenevano, evidentemente qualche supporto sul quale era stato fissato il DMF.

Questo erronea valutazione ha scatenato una “caccia alle streghe” contro i sacchetti disidratanti che, come vedremo, in realtà non hanno nulla a che fare con sostanze tossiche, ma anzi avevano probabilemnete rimosse un po’ dall’ambiete.

In risposta, l’Unione Europea ha adottato:

  • Decisione 2009/251/CE del 17 marzo 2009, in vigore dal 1° maggio 2009, che vieta l’immissione sul mercato UE di prodotti contenenti DMF (soglia: 0,1 mg/kg).
  • Regolamento (UE) 412/2012, che ha inserito il divieto nella voce 61 dell’Allegato XVII del Regolamento REACH, rendendo la restrizione permanente.
  • Copertura del Regolamento Biocidi (BPR, UE 528/2012): il DMF non è approvato come principio attivo biocida per queste applicazioni.

Da allora l’uso del DMF in articoli di consumo destinati al mercato europeo è vietato.


Perché a volte il DMF veniva trovato nei sacchetti disidratanti

Durante il periodo dell’emergenza, arrivarono in Europa container in cui i mobili o le calzature erano stati protetti con sacchetti di DMF (biocida antimuffa) affiancati o mescolati ai sacchetti disidratanti (gel di silice o argilla). Il DMF, essendo un composto organico volatile (COV) con tensione di vapore significativa, sublima a temperatura ambiente e satura l’atmosfera all’interno del container.

Poiché i disidratanti sono adsorbenti non selettivi, oltre all’umidità hanno inevitabilmente adsorbito anche il DMF presente nell’aria. Quando i sacchetti disidratanti sono stati analizzati al momento dell’apertura dei container, il DMF è stato ritrovato al loro interno.

Questo ha generato un fraintendimento diffuso: si è pensato che fossero i disidratanti a emettere il DMF, mentre in realtà lo avevano assorbito dall’ambiente contaminato da altri sacchetti biocidi. La direzione del trasferimento era esattamente opposta a quella supposta.

Sali Antimuffa: il fatto che erroneamente i sacchetti disidratanti vengano anche chiamati “sali antimuffa” ha creato un ulteriore livello di confusione in un mercato già abbastanza confuso sull’argomento. Per chiarirvi le idee su questo punto abbiamo creato un’informativa ad hoc: Sali o Disidratanti?


Levosil non ha mai utilizzato Dimetilfumarato

Levosil è produttore italiano di disidratanti dal 1964, con stabilimento a Chiusa di San Michele (Torino) e certificazioni ISO 9001 e ISO 15378 (packaging farmaceutico). La nostra posizione è chiara e documentata:

  • Non aggiungiamo DMF né altri fungicidi alle materie prime utilizzate nel nostro processo produttivo.
  • I nostri fornitori dichiarano l’assenza di DMF dalle materie prime (gel di silice, argilla, setacci molecolari, cloruro di calcio, carbone attivo).
  • Abbiamo verificato l’assenza di DMF tramite analisi di laboratorio secondo la Decisione Europea C(2009) 1723.
  • La dichiarazione di conformità è disponibile su richiesta e viene aggiornata periodicamente.

Non ci sarebbe alcuna ragione tecnica per aggiungere un biocida a un disidratante: il problema dell’umidità si risolve rimuovendo l’umidità stessa, non introducendo veleni.


Come funzionano realmente i disidratanti: adsorbimento, non emissione

Un aspetto fondamentale, spesso frainteso: i disidratanti non emettono gas, sostanze chimiche o vapori nell’ambiente in cui sono collocati. Fanno l’esatto opposto.

I materiali disidratanti utilizzati da Levosil funzionano tutti per adsorbimento fisico o assorbimento chimico dell’acqua:

  • Gel di silice — le molecole d’acqua vengono trattenute nella porosità interna del granulo per forze fisiche (adsorbimento).
  • Argilla attivata (bentonite/montmorillonite) — meccanismo analogo, con affinità per l’acqua a bassa umidità relativa.
  • Setacci molecolari — zeoliti sintetiche con pori calibrati che catturano selettivamente le molecole d’acqua.
  • Cloruro di calcio (Levodry Gel) — assorbe l’umidità per deliquescenza, trasformandosi in soluzione salina trattenuta all’interno del sacchetto.
  • Carbone attivo — trattiene per adsorbimento anche COV e odori.

In tutti i casi, il sacchetto disidratante cattura molecole dall’aria e le trattiene. Non rilascia sostanze. Riduce l’umidità relativa dell’aria confinata e previene condensa, muffe, corrosione e degrado dei prodotti imballati senza bisogno di alcun biocida o additivo chimico.

Un disidratante correttamente dimensionato e utilizzato risolve il problema dell’umidità senza introdurre alcun rischio chimico per le merci, per gli operatori o per il consumatore finale.


FAQ

I sacchetti disidratanti Levosil sono sicuri per prodotti a contatto con la pelle o con alimenti?

Sì. Le nostre linee produttive includono sacchetti conformi ai requisiti per uso farmaceutico (ISO 15378) e per contatto indiretto con alimenti. Sono esenti da DMF, biocidi, fungicidi, allergeni dell’Allegato II Reg. 1169/2011, OGM, PFAS, ftalati e sostanze SVHC del REACH.

Posso ricevere una dichiarazione scritta di assenza di DMF?

Sì. Levosil rilascia su richiesta la Dichiarazione di conformità alla Decisione Europea C(2009) 1723 e al Regolamento Biocidi (UE) 528/2012, che attesta l’assenza di Dimetilfumarato in tutti i dispositivi e materiali disidratanti forniti.

Se un sacchetto disidratante Levosil viene messo in un ambiente già contaminato da DMF, cosa succede?

Il sacchetto, essendo un adsorbente non selettivo, può catturare parte del DMF presente nell’atmosfera insieme al vapore acqueo. Per questo motivo Levosil declina responsabilità quando i propri prodotti vengono impiegati a contatto con materiali già trattati con DMF o altri fungicidi da terzi.

Il DMF (Dimetilfumarato) è la stessa cosa del DMF (Dimetilformammide)?

No. Sono due sostanze chimiche diverse, spesso confuse per l’omonimia dell’acronimo. Dimetilfumarato = biocida vietato in UE. Dimetilformammide = solvente industriale, non vietato ma soggetto a limiti di esposizione professionale.


Riferimenti normativi e fonti istituzionali

Per approfondire il quadro normativo e la storia del divieto europeo sul Dimetilfumarato:

Normativa europea

  • Decisione della Commissione 2009/251/CE del 17 marzo 2009 — che impone agli Stati membri di garantire che non vengano immessi sul mercato prodotti contenenti il biocida Dimetilfumarato. eur-lex.europa.eu — 32009D0251
  • Regolamento (UE) n. 412/2012 del 15 maggio 2012 — che aggiunge la voce 61 all’Allegato XVII del REACH, rendendo permanente il divieto di DMF in articoli o loro parti in concentrazioni superiori a 0,1 mg/kg. eur-lex.europa.eu — 32012R0412
  • Regolamento (CE) n. 1907/2006 (REACH) — Registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche. eur-lex.europa.eu — 32006R1907
  • Regolamento (UE) n. 528/2012 sui prodotti biocidi (BPR) — quadro europeo sull’immissione sul mercato e uso dei biocidi. eur-lex.europa.eu — 32012R0528
  • Comunicato stampa Commissione Europea IP/09/190 — annuncio del divieto UE del DMF nei prodotti di consumo (gennaio 2009). ec.europa.eu — press corner

Agenzie europee

Autorità italiane


Puoi contattarci adesso per maggiori informazioni: 0039 011 96 43 430 — info@levosil.com

Sali o Disidratanti?

In Italia, è diventato uso comune definire i sacchetti disidratanti che si usano per proteggere gli imballaggi industriali “sali disidratanti”, “sali essiccanti”, “sacchetti di sale” o semplicemente “i sali”. In realtà, definire i disidratanti che si usano all’interno di un imballaggio “sali” non è corretto poiché nessuno dei disidratanti ammessi dalle normative internazionali (DIN55473 la MIL-D-3464E o la NFH0321) contengono sali o più in generale cloruri. Anzi, queste norme vietano espressamente l’utilizzo di sali per questa applicazione o l’aggiunta di cloruri ai materiali disidratanti che vengono inseriti all’interno delle casse e dei Packaging.

Spoiler: i sali sono utili nel campo della protezione dei container ma lo vedremo dopo.

L’associazione tra sale e capacità di ridurre l’umidità ha origine dall’uso del sale per la conservazione degli alimenti; il sale è stato ed è tuttora impiegato per conservare gli alimenti. Prima dell’arrivo dei moderni sistemi di refrigerazione, veniva impiegato per essiccare i cibi e prolungarne la conservazione. Da qui viene l’idea, ancora oggi molto diffusa, che ogni materiale capace di rimuovere l’umidità debba essere un sale.

A questo si va ad aggiungere il fatto che gel di silice (uno dei primi disidratanti impiegati per la protezione dei packaging industriali) ha un aspetto praticamente identico al sale grosso da cucina.

In sostanza: è vero che il sale è un disidratante ma NON è vero che ogni disidratante è un sale.

Se pensiamo al cloruro di sodio (NaCl) che tutti conosciamo come “sale da cucina” nel campo della Imballaggio industriale sono rilevanti alcune sue caratteristiche:

  • Blanda capacità disidratante: il sale da cucina è un disidratante, ma non è efficiente come il Gel di Silice, l’argilla, o il Setaccio Molecolare. Non viene utilizzato negli imballaggi industriali poiché non riuscirebbe a creare un secco abbastanza spinto (un’umidità relativa abbastanza bassa) da garantire la protezione dei prodotti all’interno degli imballaggi.
  • Deliquescenza: tutti i sali man mano che si avvicinano alla saturazione diventano deliquescenti. Vuol dire che il sale secco si presenta asciutto al tatto, ma man mano che assorbe l’umidità diventa sempre più umido fino a raggiungere addirittura uno stato liquido. Cosa che, all’interno di un imballaggio industriale, non è ammissibile perché potrebbe verificarsi la fuoriuscita di liquido dai sacchetti disidratanti che causerebbe danni irreparabili alle merci trasportate. Tra l’altro, trattandosi di un liquido altamente salino sarebbe l’innesco per importanti fenomeni di ossidazione, ed danni irreparabili a tutti i materiali di origine naturale come ad esempio pelle, legno, o carta.
  • Contiene Cloruri: la presenza di cloruri all’interno del sale lo rende inadatto all’utilizzo all’interno degli imballaggi perché se viene a contatto anche in minimi quantitativi con la maggior parte dei materiali metallici innesca fenomeni di ossidazione. Quindi ci troveremmo ad introdurre all’interno dell’imballaggio un prodotto che una volta saturo sarebbe la causa di uno dei principali problemi che stiamo cercando di combattere.

Sono questi i tre motivi principali per cui tutte le norme internazionali che si occupano di imballaggio (DIN 55473, MIL-D-3464E, e NFH 0321) proibiscono categoricamente l’utilizzo di prodotti disidratanti contenenti cloruri (dunque sali) all’interno degli imballaggi.

Peccato perché sarebbe stata una soluzione decisamente economica, visto l’abbondanza di sale su tutti i mercati.

Chiedere “sali” da utilizzare all’interno di un imballaggio può creare qualche fraintendimento, ma nella pratica si tratta di un problema limitato. Oggi, infatti un produttore esperto sa che con l’espressione “sale per imballaggio” si intende quasi sempre un disidratante per imballaggi, nella maggior parte dei casi a base di argilla disidratante.

Quando parlare di “sali” è corretto?

Esiste un campo in cui parlare di sali è corretto… ed è il campo dei prodotti impiegati per la protezione dei container.

Per questa applicazione i produttori utilizzano miscele di varia natura, ma la base è quasi sempre il cloruro di calcio (CaCl2). In questo caso si può a buon conto parlare di “sali”, meglio ancora se si aggiunge la precisazione “per container”, così da indicare con chiarezza l’ambito di utilizzo.
Perché per questa applicazione si preferisce il sale?

la risposta è che in quanto dobbiamo andare a proteggere un container per il trasporto marittimo ci troviamo a dover rimuovere un notevole quantitativo di umidità che penetra attraverso le bocchette di areazione del container, e contenuta nel volume d’aria interno e soprattutto nel legno e cartone utilizzati per imballare i materiali trasportati.

In questo caso, le caratteristiche che abbiamo visto prima possono tornare utili, ed i problemi possono essere secondari.

  • Blanda capacità disidratante: il fatto che il sale, e nello specifico il cloruro di calcio, non riesca ad assorbire l’umidità al di sotto del 40% e in realtà un vantaggio. Nel container non è necessario scendere al di sotto di questo tenore di umidità relativa per assicurare la conservazione dei materiali, dunque il fatto che i sacchetti disidratanti Levodry Gel si “disattivano” quando l’umidità relativa è intorno a questi tenori è solo un vantaggio; questo perché manterranno la loro capacità disidratante per i momenti in cui l’ambiente interno al container subisce degli sbalzi di temperatura con conseguente innalzamento dell’umidità relativa.
  • Contiene Cloruri: i sacchetti disidratanti per container non sono inseriti all’interno degli imballaggi ma sono all’esterno delle merci durante il trasporto in container. Dunque, la presenza di cloruri che è comunque inibita dall’involucro del sacchetto disidratante e dagli agenti. gelificanti non è un problema. È fondamentale, ma se il prodotto viene acquistato da una società che produce seriamente, che i sacchetti contenenti cloruri siano correttamente etichettati in conformità alle leggi europee, e che il produttore si sia premurato di registrare il codice UFI (che nel caso di Levosil è indicato sul foglio informativo all’interno di ogni scatola, sull’etichetta di ogni scatola, e sul prodotto stesso).
  • Deliquescenza: il problema viene risolto facilmente con un involucro dei sacchetti disidratanti a tenuta di liquido, e soprattutto utilizzando miscele di cloruro di calcio e agenti gelificati specifici che rendono sicuro il prodotto.

In ambito industriale, quindi, gli unici disidratanti che sono anche sali sono quelli impiegati per la protezione dei container, dove si utilizzano soprattutto prodotti a base di cloruro di calcio. Tutti gli altri disidratanti utilizzati all’interno del packaging non sono sali perché non sarebbero efficaci in questa applicazione.

Tutto questo per dire che se volete continuare a chiamare sali i sacchetti disidratanti va benissimo basta che li rivolgiate a qualcuno che sa quello che vi deve vendere in base alle vostre esigenze.