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Perché le norme di settore sono fondamentali per clienti?

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Come si determina la capacità di adsorbimento di un disidratante?

La capacità di adsorbimento di un disidratante si determina in laboratorio, esponendo il materiale ad aria con temperatura e umidità relativa controllate e misurando quanta acqua trattiene fino all’equilibrio. Il risultato dipende sempre dalle condizioni di prova: lo stesso prodotto assorbe quantità molto diverse di umidità a seconda del clima a cui è esposto. Per questo le norme DIN 55473 e MIL-D-3464E fissano condizioni di prova standard, che permettono di confrontare i sacchetti disidratanti (amichevolmente chiamati anche “sali disidratanti”, “sali essiccanti” o “sali antimuffa”) su una base unica e uguale per tutti i produttori.

Perché le norme di settore sono importanti per i clienti?

I sacchetti disidratanti che si usano negli imballaggi (nelle scatole, per intenderci) vengono prodotti utilizzando generalmente tre disidratanti:

  • Gel di silice: disidratante di sintesi, il più utilizzato nelle applicazioni farmaceutiche e alimentari.
  • Argilla attivata (definita a volte anche “argilla espansa”, ma non c’entra niente): disidratante naturale, adatto alla maggior parte delle applicazioni industriali.
  • Setacci molecolari: zeoliti con porosità calibrata, per applicazioni che richiedono un adsorbimento selettivo solo sull’umidità o la capacità di rimuovere l’umidità anche ad alte temperature (anche a questo prodotto sarà bene dedicare un documento di approfondimento, perché è poco diffuso e poco conosciuto).

Come vedremo, la capacità di tutti i disidratanti varia in funzione delle condizioni di temperatura e umidità relativa in cui vengono utilizzati ed è per questo che negli anni sono state create normative tecniche per regolarne l’uso, la produzione e le modalità di test. Le normative emesse negli anni sono un utile strumento per il cliente, in quanto gli permettono, in un panorama in cui le dichiarazioni mirabolanti sulle proprietà dei disidratanti sono la norma, di capire esattamente come valutare i vari prodotti.

La norma più attiva ad oggi è la DIN 55473.

La capacità dipende dalle condizioni di prova

Un disidratante non ha una capacità di assorbimento “assoluta”. La quantità di acqua che riesce a trattenere all’equilibrio dipende da due variabili: la temperatura e l’umidità relativa dell’aria a cui è esposto. 

In realtà interviene anche la pressione atmosferica, ma nelle condizioni normali di utilizzo il suo effetto è trascurabile.

Più alta è l’umidità relativa, più acqua il materiale adsorbe. La temperatura agisce in due direzioni: fa aumentare la capacità del disidratante ma, man mano che ci si avvicina alla temperatura di rigenerazione del materiale, inizia a far rilasciare l’umidità nell’ambiente e dunque ne diminuisce la capacità, fino ad annullarla totalmente.

Esempio: 100 g di gel di silice in due climi diversi

  • 23 °C e 40% di umidità relativa, 100 g di gel di silice adsorbono circa 24 g di vapore acqueo (valore tipico).
  • 23 °C e 80% di umidità relativa, gli stessi 100 g adsorbono circa 35 g (valore tipico).

Stesso prodotto, stessa quantità: Un dato di capacità senza indicazione di temperatura e umidità relativa, preso da solo, non ha alcun significato.

Nella pratica, se un produttore vi dice che il suo disidratante “assorbe di più” perché raggiunge valori più elevati, è molto probabile che il test sia stato eseguito a un’umidità relativa più alta.

In altre parole: il numero è corretto.
Ma il contesto cambia completamente il suo significato.

La norma è una garanzia per il cliente

Le norme fissano esattamente le condizioni di prova, in modo che i prodotti possano essere confrontati su una base unica.

La DIN 55473, ad esempio, definisce l’unità disidratante (DIN Unit) come la quantità di materiale che, in equilibrio con aria a circa 23 °C, adsorbe:

  • almeno 3,0 g di vapore acqueo al 20% di umidità relativa
  • almeno 6,0 g al 40%

Due sacchetti dichiarati “da 1 unità” secondo questa norma garantiscono quindi una prestazione minima identica, indipendentemente dal produttore o dal materiale disidratante.

La norma DIN stabilisce anche le modalità in cui i sacchetti disidratanti vanno imballati: altro argomento che tratteremo separatamente per approfondirlo come si deve. Iniziamo però a dire che Levosil consegna i suoi prodotti imballati in HDPE per evitare che si saturino parzialmente prima dell’uso, cosa che ne farebbe diminuire la capacità disidratante. Spesso ci si concentra sui numeri della performance, ma si trascura di considerare come mantenere questa performance nel tempo.Levosil sui suoi prodotti garantisce una shelf life di due anni.

Perché si testa a 23 °C e 40% di umidità relativa

Le condizioni di prova a bassa umidità relativa non sono una scelta arbitraria: misurano l’acqua realmente trattenuta.

L’umidità adsorbita al 20-40% di umidità relativa è legata stabilmente nella porosità più fine del granulo e non viene rilasciata nell’imballaggio. Al contrario, l’acqua assorbita in un test all’80% di umidità relativa è in parte trattenuta debolmente, per condensazione capillare nei pori più grandi: se l’umidità relativa dell’ambiente si abbassa, quella quota extra viene facilmente rilasciata.

Un valore misurato all’80% di umidità relativa è quindi un dato bello da vedere, ma non rappresenta la protezione reale che il disidratante offre dentro l’imballaggio. Prima di confrontare due schede tecniche, verificate sempre che le condizioni di prova siano dichiarate e identiche.

Vale anche la pena ricordare che, se l’umidità relativa all’interno di un imballaggio arriva all’80%, il problema non è più la differenza tra 24 g e 35 g di capacità.
A quel punto, il problema è l’imballaggio.

In pratica: attenzione ai numeri

Un valore misurato ad alta umidità relativa è:

  • tecnicamente corretto
  • ma poco rappresentativo dell’utilizzo reale

È un dato che colpisce.

Ma non descrive la protezione effettiva che il disidratante può garantire all’interno dell’imballaggio.

Prima di confrontare due schede tecniche, è sempre necessario verificare che le condizioni di prova siano dichiarate e identiche.

E i disidratanti per container al cloruro di calcio?

Lo stesso principio vale per i sacchetti disidratanti al cloruro di calcio utilizzati all’interno dei container per il trasporto marittimo. Anche in questo caso circolano sul web dichiarazioni fantasiose ed ottimistiche, che vanno analizzate per essere comprese appieno. Da notare che il proliferare di produttori “ottimisti” sulla performance del loro prodotto è stato ampiamente incentivato dalla mancanza di una norma di settore per questi materiali.

Dedicheremo a questo tema una documentazione specifica.


Se volete capirci qualcosa: 0039 011 96 43 430 — info@levosil.com

Dimetil Fumarato (DMF)

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I sacchetti disidratanti Levosil non contengono Dimetilfumarato (DMF)

In breve: tutti i disidratanti prodotti da Levosil S.p.A. (sacchetti di gel di silice, argilla, setacci molecolari, carbone attivo, Levodry Gel a base di cloruro di calcio, Micro Bag e sacchetti per container) sono esenti da Dimetilfumarato (DMF) e da qualunque biocida. L’assenza è verificata mediante analisi di laboratorio secondo la Decisione Europea C(2009) 1723 del 17/03/2009.


Cos’è il Dimetilfumarato (DMF)

Il Dimetilfumarato è l’estere metilico dell’acido fumarico (CAS 624-49-7, EINECS 210-849-0). È stato utilizzato come biocida antimuffa nella produzione, stoccaggio e trasporto di mobili, calzature e pelletteria, tipicamente sotto forma di piccoli sacchetti permeabili inseriti dentro il prodotto o nell’imballo.

Il DMF è un sensibilizzante cutaneo molto potente: concentrazioni anche dell’ordine di 1 ppm possono provocare dermatiti allergiche, eczemi estesi, ustioni chimiche e, in alcuni casi, difficoltà respiratorie.


Perché il DMF è vietato in Europa

Tra il 2006 e il 2008 si è verificata in Europa (prima Finlandia, poi Regno Unito, Francia, Spagna, Belgio) un’epidemia di dermatiti gravi causate da divani e scarpe di importazione — il cosiddetto caso “poison chair” / “toxic sofa”. Le analisi individuarono come responsabile il Dimetilfumarato contenuto in sacchetti antimuffa inseriti nei mobili e negli imballi durante il trasporto marittimo dall’Asia. Il problema è che in questa fase si sono confusi e sacchetti di disidratanti (sali disidratanti) con sacchetti che contenevano, evidentemente qualche supporto sul quale era stato fissato il DMF.

Questo erronea valutazione ha scatenato una “caccia alle streghe” contro i sacchetti disidratanti che, come vedremo, in realtà non hanno nulla a che fare con sostanze tossiche, ma anzi avevano probabilemnete rimosse un po’ dall’ambiete.

In risposta, l’Unione Europea ha adottato:

  • Decisione 2009/251/CE del 17 marzo 2009, in vigore dal 1° maggio 2009, che vieta l’immissione sul mercato UE di prodotti contenenti DMF (soglia: 0,1 mg/kg).
  • Regolamento (UE) 412/2012, che ha inserito il divieto nella voce 61 dell’Allegato XVII del Regolamento REACH, rendendo la restrizione permanente.
  • Copertura del Regolamento Biocidi (BPR, UE 528/2012): il DMF non è approvato come principio attivo biocida per queste applicazioni.

Da allora l’uso del DMF in articoli di consumo destinati al mercato europeo è vietato.


Perché a volte il DMF veniva trovato nei sacchetti disidratanti

Durante il periodo dell’emergenza, arrivarono in Europa container in cui i mobili o le calzature erano stati protetti con sacchetti di DMF (biocida antimuffa) affiancati o mescolati ai sacchetti disidratanti (gel di silice o argilla). Il DMF, essendo un composto organico volatile (COV) con tensione di vapore significativa, sublima a temperatura ambiente e satura l’atmosfera all’interno del container.

Poiché i disidratanti sono adsorbenti non selettivi, oltre all’umidità hanno inevitabilmente adsorbito anche il DMF presente nell’aria. Quando i sacchetti disidratanti sono stati analizzati al momento dell’apertura dei container, il DMF è stato ritrovato al loro interno.

Questo ha generato un fraintendimento diffuso: si è pensato che fossero i disidratanti a emettere il DMF, mentre in realtà lo avevano assorbito dall’ambiente contaminato da altri sacchetti biocidi. La direzione del trasferimento era esattamente opposta a quella supposta.

Sali Antimuffa: il fatto che erroneamente i sacchetti disidratanti vengano anche chiamati “sali antimuffa” ha creato un ulteriore livello di confusione in un mercato già abbastanza confuso sull’argomento. Per chiarirvi le idee su questo punto abbiamo creato un’informativa ad hoc: Sali o Disidratanti?


Levosil non ha mai utilizzato Dimetilfumarato

Levosil è produttore italiano di disidratanti dal 1964, con stabilimento a Chiusa di San Michele (Torino) e certificazioni ISO 9001 e ISO 15378 (packaging farmaceutico). La nostra posizione è chiara e documentata:

  • Non aggiungiamo DMF né altri fungicidi alle materie prime utilizzate nel nostro processo produttivo.
  • I nostri fornitori dichiarano l’assenza di DMF dalle materie prime (gel di silice, argilla, setacci molecolari, cloruro di calcio, carbone attivo).
  • Abbiamo verificato l’assenza di DMF tramite analisi di laboratorio secondo la Decisione Europea C(2009) 1723.
  • La dichiarazione di conformità è disponibile su richiesta e viene aggiornata periodicamente.

Non ci sarebbe alcuna ragione tecnica per aggiungere un biocida a un disidratante: il problema dell’umidità si risolve rimuovendo l’umidità stessa, non introducendo veleni.


Come funzionano realmente i disidratanti: adsorbimento, non emissione

Un aspetto fondamentale, spesso frainteso: i disidratanti non emettono gas, sostanze chimiche o vapori nell’ambiente in cui sono collocati. Fanno l’esatto opposto.

I materiali disidratanti utilizzati da Levosil funzionano tutti per adsorbimento fisico o assorbimento chimico dell’acqua:

  • Gel di silice — le molecole d’acqua vengono trattenute nella porosità interna del granulo per forze fisiche (adsorbimento).
  • Argilla attivata (bentonite/montmorillonite) — meccanismo analogo, con affinità per l’acqua a bassa umidità relativa.
  • Setacci molecolari — zeoliti sintetiche con pori calibrati che catturano selettivamente le molecole d’acqua.
  • Cloruro di calcio (Levodry Gel) — assorbe l’umidità per deliquescenza, trasformandosi in soluzione salina trattenuta all’interno del sacchetto.
  • Carbone attivo — trattiene per adsorbimento anche COV e odori.

In tutti i casi, il sacchetto disidratante cattura molecole dall’aria e le trattiene. Non rilascia sostanze. Riduce l’umidità relativa dell’aria confinata e previene condensa, muffe, corrosione e degrado dei prodotti imballati senza bisogno di alcun biocida o additivo chimico.

Un disidratante correttamente dimensionato e utilizzato risolve il problema dell’umidità senza introdurre alcun rischio chimico per le merci, per gli operatori o per il consumatore finale.


FAQ

I sacchetti disidratanti Levosil sono sicuri per prodotti a contatto con la pelle o con alimenti?

Sì. Le nostre linee produttive includono sacchetti conformi ai requisiti per uso farmaceutico (ISO 15378) e per contatto indiretto con alimenti. Sono esenti da DMF, biocidi, fungicidi, allergeni dell’Allegato II Reg. 1169/2011, OGM, PFAS, ftalati e sostanze SVHC del REACH.

Posso ricevere una dichiarazione scritta di assenza di DMF?

Sì. Levosil rilascia su richiesta la Dichiarazione di conformità alla Decisione Europea C(2009) 1723 e al Regolamento Biocidi (UE) 528/2012, che attesta l’assenza di Dimetilfumarato in tutti i dispositivi e materiali disidratanti forniti.

Se un sacchetto disidratante Levosil viene messo in un ambiente già contaminato da DMF, cosa succede?

Il sacchetto, essendo un adsorbente non selettivo, può catturare parte del DMF presente nell’atmosfera insieme al vapore acqueo. Per questo motivo Levosil declina responsabilità quando i propri prodotti vengono impiegati a contatto con materiali già trattati con DMF o altri fungicidi da terzi.

Il DMF (Dimetilfumarato) è la stessa cosa del DMF (Dimetilformammide)?

No. Sono due sostanze chimiche diverse, spesso confuse per l’omonimia dell’acronimo. Dimetilfumarato = biocida vietato in UE. Dimetilformammide = solvente industriale, non vietato ma soggetto a limiti di esposizione professionale.


Riferimenti normativi e fonti istituzionali

Per approfondire il quadro normativo e la storia del divieto europeo sul Dimetilfumarato:

Normativa europea

  • Decisione della Commissione 2009/251/CE del 17 marzo 2009 — che impone agli Stati membri di garantire che non vengano immessi sul mercato prodotti contenenti il biocida Dimetilfumarato. eur-lex.europa.eu — 32009D0251
  • Regolamento (UE) n. 412/2012 del 15 maggio 2012 — che aggiunge la voce 61 all’Allegato XVII del REACH, rendendo permanente il divieto di DMF in articoli o loro parti in concentrazioni superiori a 0,1 mg/kg. eur-lex.europa.eu — 32012R0412
  • Regolamento (CE) n. 1907/2006 (REACH) — Registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche. eur-lex.europa.eu — 32006R1907
  • Regolamento (UE) n. 528/2012 sui prodotti biocidi (BPR) — quadro europeo sull’immissione sul mercato e uso dei biocidi. eur-lex.europa.eu — 32012R0528
  • Comunicato stampa Commissione Europea IP/09/190 — annuncio del divieto UE del DMF nei prodotti di consumo (gennaio 2009). ec.europa.eu — press corner

Agenzie europee

Autorità italiane


Puoi contattarci adesso per maggiori informazioni: 0039 011 96 43 430 — info@levosil.com

Sali o Disidratanti?

In Italia, è diventato uso comune definire i sacchetti disidratanti che si usano per proteggere gli imballaggi industriali “sali disidratanti”, “sali essiccanti”, “sacchetti di sale” o semplicemente “i sali”. In realtà, definire i disidratanti che si usano all’interno di un imballaggio “sali” non è corretto poiché nessuno dei disidratanti ammessi dalle normative internazionali (DIN55473 la MIL-D-3464E o la NFH0321) contengono sali o più in generale cloruri. Anzi, queste norme vietano espressamente l’utilizzo di sali per questa applicazione o l’aggiunta di cloruri ai materiali disidratanti che vengono inseriti all’interno delle casse e dei Packaging.

Spoiler: i sali sono utili nel campo della protezione dei container ma lo vedremo dopo.

L’associazione tra sale e capacità di ridurre l’umidità ha origine dall’uso del sale per la conservazione degli alimenti; il sale è stato ed è tuttora impiegato per conservare gli alimenti. Prima dell’arrivo dei moderni sistemi di refrigerazione, veniva impiegato per essiccare i cibi e prolungarne la conservazione. Da qui viene l’idea, ancora oggi molto diffusa, che ogni materiale capace di rimuovere l’umidità debba essere un sale.

A questo si va ad aggiungere il fatto che gel di silice (uno dei primi disidratanti impiegati per la protezione dei packaging industriali) ha un aspetto praticamente identico al sale grosso da cucina.

In sostanza: è vero che il sale è un disidratante ma NON è vero che ogni disidratante è un sale.

Se pensiamo al cloruro di sodio (NaCl) che tutti conosciamo come “sale da cucina” nel campo della Imballaggio industriale sono rilevanti alcune sue caratteristiche:

  • Blanda capacità disidratante: il sale da cucina è un disidratante, ma non è efficiente come il Gel di Silice, l’argilla, o il Setaccio Molecolare. Non viene utilizzato negli imballaggi industriali poiché non riuscirebbe a creare un secco abbastanza spinto (un’umidità relativa abbastanza bassa) da garantire la protezione dei prodotti all’interno degli imballaggi.
  • Deliquescenza: tutti i sali man mano che si avvicinano alla saturazione diventano deliquescenti. Vuol dire che il sale secco si presenta asciutto al tatto, ma man mano che assorbe l’umidità diventa sempre più umido fino a raggiungere addirittura uno stato liquido. Cosa che, all’interno di un imballaggio industriale, non è ammissibile perché potrebbe verificarsi la fuoriuscita di liquido dai sacchetti disidratanti che causerebbe danni irreparabili alle merci trasportate. Tra l’altro, trattandosi di un liquido altamente salino sarebbe l’innesco per importanti fenomeni di ossidazione, ed danni irreparabili a tutti i materiali di origine naturale come ad esempio pelle, legno, o carta.
  • Contiene Cloruri: la presenza di cloruri all’interno del sale lo rende inadatto all’utilizzo all’interno degli imballaggi perché se viene a contatto anche in minimi quantitativi con la maggior parte dei materiali metallici innesca fenomeni di ossidazione. Quindi ci troveremmo ad introdurre all’interno dell’imballaggio un prodotto che una volta saturo sarebbe la causa di uno dei principali problemi che stiamo cercando di combattere.

Sono questi i tre motivi principali per cui tutte le norme internazionali che si occupano di imballaggio (DIN 55473, MIL-D-3464E, e NFH 0321) proibiscono categoricamente l’utilizzo di prodotti disidratanti contenenti cloruri (dunque sali) all’interno degli imballaggi.

Peccato perché sarebbe stata una soluzione decisamente economica, visto l’abbondanza di sale su tutti i mercati.

Chiedere “sali” da utilizzare all’interno di un imballaggio può creare qualche fraintendimento, ma nella pratica si tratta di un problema limitato. Oggi, infatti un produttore esperto sa che con l’espressione “sale per imballaggio” si intende quasi sempre un disidratante per imballaggi, nella maggior parte dei casi a base di argilla disidratante.

Quando parlare di “sali” è corretto?

Esiste un campo in cui parlare di sali è corretto… ed è il campo dei prodotti impiegati per la protezione dei container.

Per questa applicazione i produttori utilizzano miscele di varia natura, ma la base è quasi sempre il cloruro di calcio (CaCl2). In questo caso si può a buon conto parlare di “sali”, meglio ancora se si aggiunge la precisazione “per container”, così da indicare con chiarezza l’ambito di utilizzo.
Perché per questa applicazione si preferisce il sale?

la risposta è che in quanto dobbiamo andare a proteggere un container per il trasporto marittimo ci troviamo a dover rimuovere un notevole quantitativo di umidità che penetra attraverso le bocchette di areazione del container, e contenuta nel volume d’aria interno e soprattutto nel legno e cartone utilizzati per imballare i materiali trasportati.

In questo caso, le caratteristiche che abbiamo visto prima possono tornare utili, ed i problemi possono essere secondari.

  • Blanda capacità disidratante: il fatto che il sale, e nello specifico il cloruro di calcio, non riesca ad assorbire l’umidità al di sotto del 40% e in realtà un vantaggio. Nel container non è necessario scendere al di sotto di questo tenore di umidità relativa per assicurare la conservazione dei materiali, dunque il fatto che i sacchetti disidratanti Levodry Gel si “disattivano” quando l’umidità relativa è intorno a questi tenori è solo un vantaggio; questo perché manterranno la loro capacità disidratante per i momenti in cui l’ambiente interno al container subisce degli sbalzi di temperatura con conseguente innalzamento dell’umidità relativa.
  • Contiene Cloruri: i sacchetti disidratanti per container non sono inseriti all’interno degli imballaggi ma sono all’esterno delle merci durante il trasporto in container. Dunque, la presenza di cloruri che è comunque inibita dall’involucro del sacchetto disidratante e dagli agenti. gelificanti non è un problema. È fondamentale, ma se il prodotto viene acquistato da una società che produce seriamente, che i sacchetti contenenti cloruri siano correttamente etichettati in conformità alle leggi europee, e che il produttore si sia premurato di registrare il codice UFI (che nel caso di Levosil è indicato sul foglio informativo all’interno di ogni scatola, sull’etichetta di ogni scatola, e sul prodotto stesso).
  • Deliquescenza: il problema viene risolto facilmente con un involucro dei sacchetti disidratanti a tenuta di liquido, e soprattutto utilizzando miscele di cloruro di calcio e agenti gelificati specifici che rendono sicuro il prodotto.

In ambito industriale, quindi, gli unici disidratanti che sono anche sali sono quelli impiegati per la protezione dei container, dove si utilizzano soprattutto prodotti a base di cloruro di calcio. Tutti gli altri disidratanti utilizzati all’interno del packaging non sono sali perché non sarebbero efficaci in questa applicazione.

Tutto questo per dire che se volete continuare a chiamare sali i sacchetti disidratanti va benissimo basta che li rivolgiate a qualcuno che sa quello che vi deve vendere in base alle vostre esigenze.